Analisi di mercato
Borsa
By Alpian9 marzo 2026

Il mercato in sintesi: Imagine

Ci sono momenti in cui l'analisi di mercato sembra quasi secondaria rispetto agli eventi che la guidano. Stiamo vivendo uno di questi momenti. È emerso un nuovo conflitto, la volatilità è riapparsa e ancora una volta i mercati sono costretti a reagire a sviluppi che vanno ben oltre i fondamentali economici.

La storia suggerisce che i mercati alla fine imparano a guardare oltre le guerre, anche se il costo umano perdura molto più a lungo. Ma è ancora troppo presto per concludere che l'aggiustamento sia completo, per quanto modesto possa essere il nostro disagio come investitori rispetto alla sofferenza che migliaia di civili dovranno sopportare. I mercati possono andare avanti, ma il percorso raramente è lineare o prevedibile.

Come illustrato nella nostra sala di demistificazione, l'Iran occupa un crocevia geopolitico critico e le tensioni nella regione possono propagarsi rapidamente, con conseguenze economiche più ampie. In un ambiente simile, dobbiamo rimanere concentrati e, mentre aspettiamo un mondo migliore, continuare a progettare portafogli più resilienti.

Il mercato in sintesi: Imagine

Canzone del mese: "Imagine" di John Lennon

Mentre a febbraio segnavamo già un anniversario poco glorioso, ovvero l’ingresso del conflitto in Ucraina nel suo quinto anno, un nuovo teatro di guerra si è acceso in Medio Oriente, un conflitto temuto da tempo sia per sé stesso sia per i possibili effetti di contagio. Nel fine settimana, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi su Teheran, uccidendo diversi leader iraniani, e la risposta è stata immediata. Dal 2009 il numero di conflitti armati nel mondo è quasi raddoppiato. Se questa tendenza dovesse proseguire, anche il 2026 diventerà un ulteriore dato in una traiettoria sempre più preoccupante.

In questo grigio contesto, ci è sembrato inappropriato scegliere una colonna sonora originale per questo commento. Più adatta è parsa Imagine di John Lennon, nella speranza che il suo messaggio senza tempo possa, almeno per un momento, attenuare la crescente belligeranza globale.

I punti chiave:

  • Dopo un mese di febbraio relativamente solido, i mercati hanno reagito con decisione agli sviluppi in Iran.

  • La tensione si stava già accumulando nei mercati azionari nelle ultime settimane e l’annuncio di un rinnovato conflitto ha accelerato le prese di profitto.

  • I mercati obbligazionari, che avevano beneficiato di aspettative di inflazione in calo, potrebbero subire nuove pressioni qualora i prezzi del petrolio continuassero a salire, aprendo la strada a tassi d’interesse più elevati.

  • La reazione più marcata si è osservata nei mercati delle materie prime.

  • Questo shock ha inoltre contribuito a chiarire quali asset meritino realmente lo status di bene rifugio: l’oro ha reagito come previsto, mentre le criptovalute hanno deluso.

  • In questa fase, resta difficile valutare se l’impatto di questi eventi sarà duraturo, ma una fase di turbolenza dei mercati appare probabile.

Cosa è successo con le azioni

A febbraio, i mercati azionari globali hanno chiuso il mese in territorio positivo, sebbene segnali di inquietudine fossero già visibili prima degli eventi in Iran. Il mercato svizzero ha registrato un forte rialzo del 6.3%, mentre anche Europa, Giappone e mercati emergenti hanno ottenuto buone performance.

Questo contrasta con i mercati delle principali superpotenze, che faticano a ritrovare slancio. Negli Stati Uniti, l’indice azionario di riferimento si muove sostanzialmente in laterale da tre mesi e si osserva una crescente stanchezza degli investitori verso i mercati cinesi. Questa divergenza regionale è significativa: non indica un disimpegno generalizzato dal rischio, bensì una riallocazione selettiva.

Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli investitori non hanno certo vissuto una carenza di emozioni. Con il tempo, tuttavia, il rumore politico è diventato strutturale e la strategia di lungo termine dell’amministrazione statunitense è apparsa più chiara. Uno stimolo fiscale aggressivo e un orientamento più protezionistico, sostenuti da misure di varia natura come dazi e regolamentazione degli asset digitali, mirano a finanziare la transizione preservando al contempo la fiducia nel sistema del dollaro statunitense.

Questo senso di direzione, unito a rendimenti azionari alimentati dall’intelligenza artificiale, ha permesso agli investitori di trovare un certo equilibrio. A livello internazionale, i mercati avevano iniziato ad accettare l’idea di un “nuovo ordine globale”, tema dominante anche a Davos.

Questo fragile equilibrio è stato interrotto a febbraio. In primo luogo, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha invalidato i cosiddetti dazi reciproci, seguita dalla decisione del Presidente Trump di introdurre un dazio globale del 10%. Per alcuni è stata una liberazione, per altri una delusione. Per tutti gli investitori, tuttavia, ha rappresentato una nuova variabile dalle implicazioni complesse.

È inoltre emersa una seconda consapevolezza: anche le promesse dell’intelligenza artificiale sono volatili. Massicci flussi di investimento e rendimenti straordinari hanno contribuito alla nascita di una crescente schiera di scettici. Un esempio recente è stato un rapporto pubblicato dalla società di ricerca Citrini, il cui tono allarmistico avrebbe innescato ribassi di mercato.

Che un rapporto di una società fino ad allora poco conosciuta dal grande pubblico abbia potuto destabilizzare Wall Street dice meno del rapporto stesso e più di un mercato maturo sempre più guidato da narrazioni piuttosto che da dati. Resta comunque il merito di un notevole colpo mediatico.

Infine, l’inversione di rotta del Presidente Trump rispetto alla promessa di non avviare nuovi conflitti in Medio Oriente ha lasciato gli investitori inquieti, sebbene il loro disagio impallidisca di fronte alla sofferenza delle migliaia di civili che pagheranno il vero prezzo della guerra.

In questa fase, resta difficile valutare pienamente l’impatto sui mercati. Come prevedibile, la reazione iniziale è stata brusca. Storicamente, tuttavia, dopo una prima ondata di vendite, i mercati tendono a diventare relativamente indifferenti ai conflitti armati, soprattutto quando si verificano a distanza e le catene di approvvigionamento possono essere adattate rapidamente.

Ciò detto, l’Iran rappresenta un nodo geopolitico particolarmente complesso: sette confini terrestri, una presenza marittima strategicamente cruciale lungo lo Stretto di Hormuz e consolidate reti di influenza regionale indiretta. In un simile contesto, un conflitto apparentemente limitato può trasformarsi rapidamente in una polveriera.

Cosa è successo con i titoli

Da diverse settimane, indipendentemente dall’ultimo conflitto, gli investitori mostrano una maggiore avversione al rischio, tendenza riflessa anche nei mercati obbligazionari, che hanno chiuso il mese in rialzo.

A febbraio, i tassi di interesse sono diminuiti sensibilmente. Questo movimento riflette le aspettative di un rallentamento della crescita economica e di un’inflazione più moderata. In termini semplici, gli investitori ritengono che l’economia possa perdere slancio, rendendo le obbligazioni più attraenti.

Tuttavia, questo scenario rimane fragile. Se i prezzi delle materie prime, in particolare energia e prodotti agricoli, dovessero aumentare in modo marcato e persistente, le pressioni inflazionistiche potrebbero riemergere. Un’inflazione sostenuta delle materie prime potrebbe costringere le banche centrali a mantenere i tassi più elevati più a lungo o addirittura ad aumentarli nuovamente, con implicazioni negative per i mercati obbligazionari e per i portafogli.

Cosa è successo con le materie prime, le valute e gli asset digitali

Mentre azioni e obbligazioni reagivano agli eventi in Iran, le tensioni più forti si sono manifestate nei mercati delle materie prime, come previsto. I prezzi del petrolio sono aumentati sensibilmente, quasi il 20% dell’offerta mondiale di petrolio transita attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre i beni rifugio, guidati dall’oro, hanno attirato investitori in cerca di sicurezza. Non senza rischi, tuttavia, poiché l’oro è già scambiato su livelli storicamente elevati.

Il franco svizzero, che si era significativamente apprezzato dall’inizio dell’anno, ha registrato una pausa. Le criptovalute, invece, sembrano aver fallito ancora una volta la prova del loro presunto status di bene rifugio.


In conclusione, è lecito attendersi una fase di turbolenza. Le fasi di consolidamento non sono mai confortevoli, ma offrono un vantaggio: qualora i mercati dovessero correggere, questo periodo fornirà preziose indicazioni su quali strategie di diversificazione funzionano realmente e verso quali asset gli investitori si orientano quando le condizioni peggiorano.

In attesa di un mondo migliore, possiamo almeno progettare portafogli più resilienti. La pace non è una variabile finanziaria. La resilienza, invece, può essere modellizzata.

Sala di demistificazione: Iran: un perno complesso nell’equilibrio del Medio Oriente

L’Iran è spesso descritto come un perno geopolitico complesso nel Medio Oriente, per la combinazione unica di geografia, potere regionale e strategia di influenza indiretta. Situato al crocevia tra Medio Oriente, Asia Centrale e Asia Meridionale, il Paese condivide sette confini terrestri con Stati dai delicati equilibri politici e di sicurezza, moltiplicando i potenziali punti di frizione. A ciò si aggiunge la sua posizione marittima strategicamente vitale lungo lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita quasi il 20% dell’offerta mondiale di petrolio, rendendo qualsiasi tensione che coinvolga l’Iran una questione di sicurezza energetica globale.

Oltre alla geografia, l’Iran proietta la propria influenza attraverso una rete di alleati regionali e forze proxy, in particolare in Libano, Siria, Iraq e Yemen, esercitando potere senza un confronto diretto. Questo approccio rende i conflitti più diffusi, più difficili da contenere e aumenta significativamente il rischio di effetti di contagio. Ciò che inizia come un incidente localizzato può rapidamente evolvere in una crisi regionale più ampia, interrompendo rotte commerciali, facendo salire i prezzi dell’energia e coinvolgendo le principali potenze globali.

Infine, la persistente rivalità con Stati Uniti e Israele, insieme alla questione nucleare irrisolta, mantiene un clima di sfiducia cronica. In questo contesto, l’Iran agisce come un vero moltiplicatore di crisi: la preoccupazione principale non è la scala iniziale di un conflitto, ma la sua capacità di espandersi, destabilizzare l’intera regione e, per estensione, influenzare i mercati finanziari globali.

Fonte: LSEG

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